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Monastero, Chiesa e Imperatore: cronaca di una “elezione” che ci mantiene ostaggi

Non sarà una Ford Mustang con il pieno fatto a regalarci la libertà
Stefania Montagna

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In Spagna, a Madrid, siamo in campagna elettorale.

Tutto, al momento, ruota attorno ad una questione di valori.

Due candidati si scontrano: da un lato la Signora Monasterio (Rappresentante del partito di estrema destra Vox), dall’altro Iglesias (Rappresentante del partito di sinistra Unidas Podemos). Monasterio, espresso al singolare, in spagnolo, significa “monastero“: quel luogo privato per religiosi che hanno deciso di ritirarsi dalla vita pubblica e dedicarsi, invece, a quella monastica. Iglesias (Al plurale), significa invece “chiesa“, il luogo pubblico della religione per eccellenza, piazza metaforica della spiritualità.

É un’elezione nella quale, se ci si dimentica per un attimo dei personaggi, a scontrarsi sono letteralmente il privato e il pubblico. Purtroppo però i personaggi ci sono eccome, e appena sono in grado di dialogare tra loro. Nel dibattito del 23 Aprile trasmesso dalla rete TV Cadena Ser, Iglesias se ne va, poichè Monasterio si rifiuta di condannare le minacce di morte ricevute dallo stesso Iglesias pochi giorni prima. Monasterio, mentre la direttrice del programma telesivo cerca di convincere Iglesias a partecipare al dibattito, parla senza lasciar tregua a nessuno —nemmeno a sè stessa, verrebbe da dire.

Inevitabilmente, è a qualcun’altro che spetta l’ultima parola. Si tratta di Bea Fanjul (Bea, come Beatrice, e Fanjul, che, nella toponimia Asturiana, in origine, vuol dire Tempio dell’Imperatore Giulio): in altre parole, la parola spetta a una “beata sostenitrice dell’Impero”. Dell’impero, cioè di “colui che già comanda“.

A Madrid, lei, che non ha ancora compiuto i 30 anni, invita i cittadini a votare: per il diavolo che già conoscono.

La gente la ascolta. Inizialmente, l’inno al diavolo sembra una specie di gaffe, ma le elezioni le danno ragione: nelle urne, il diavolo che già si conosce è quello a cui si brinda, quello che marca croci su croci. E quello che, alla fine, vince.

Cosa pensare?

Il diavolo che conosci: una sindrome di Stoccolma?

Il diavolo che conosci è un’espressione che non può che far pensare alla Sindrome di Stoccolma, concetto psicologico che si riferisce, in origine, a una celebre rapina che ebbe luogo nella banca Sveriges Kreditbank, nel centro di Stoccolma, nell’Agosto del 1973. Jan-Erik Olsson, un criminale con antecedenti penali che in quel momento era in libertà condizionale, tenne 4 persone in ostaggio per 130 ore, l’equivalente di ben 6 giorni. Durante l’assalto, Olsson negoziò con le autorità affinchè liberassero un suo amico e collega, Clark Olofsson, criminale in quel momento in carcere. Le autorità acconsentirono, e portarono Clark Olofsson alla Sveriges Kreditbank, affinchè potesse partecipare alla rapina. Inoltre gli misero a disposizione un’auto: una Ford Mustang, un’auto veloce e con il deposito pieno, con la quale i due avrebbero potuto scappare.

Questi dettagli, senza dubbio sorprendenti, non sono tuttavia quelli che passarono alla storia. Fu invece l’atteggiamento degli ostaggi —vittime della situazione— a meravigliare il mondo intero, incluso schiere di psicologi. Al contrario di ciò che ci si aspettava, durante la rapina, e già a cominciare dal secondo giorno di reclusione, questi cominciarono a sviluppare una relazione di amicizia e lealtà con i loro sequestratori. Uno degli ostaggi affermò, ad esempio, che Olsson era stato molto cortese e attento, poichè invece di sparargli in un’altra parte del corpo, aveva deciso di puntare alla sua gamba. Un altro, una donna, ringraziò Olsson poichè questi, vedendola soffrire di claustrofobia, l’aveva autorizzata a fare una passeggiata fuori dalla banca — seppur legata ad una corda che fungeva da guinzaglio. Fu così che, nell’arco di pochi giorni, gli ostaggi cominciarono a temere di più la polizia che i sequestratori. Ma la relazione non si sarebbe fermata lì: negli anni successivi, infatti, tra sequestratori e sequestrati si sviluppò un’amicizia così forte, che sarebbe durata per tutta la loro vita.

Da ciò, la nota espressione “Sindroma di Stoccolma“, che definisce una sindrome psicologica di co-dipendenza con l’aggressore, che si sviluppa in alcune occasioni tra le vittime di abuso.

Amare il diavolo che conosci

Chi in un modo, chi in un altro, soffriamo un po’ tutti della Sindrome di Stoccolma: quasi tutti ci afferriamo, almeno in certe occasioni, ad un qualche “diavolo che conosciamo”. Lo facciamo quando non abbiamo processato e integrato del tutto alcune esperienze passate che ci fanno soffrire. Lo facciamo quando utilizziamo un tono passivo-aggressivo con le persone che ci circondano, quando torniamo continuamente al ruolo di vittima, quando crediamo che il nostro aggressore —quella tristezza, quell’arrabbiatura, quella sensazione di abbandono ricorrente— sono ciò che ci caratterizza e ci definisce.

Il diavolo che conosciamo è un diavolo, però spesso ci fa meno paura del nuovo (Che, come la polizia, ci potrebbe anche riscattare), perchè il nuovo non esiste se non ci prendiamo la responsabilità della nostra storia, del nostro passato e delle nostre decisioni e ferite. Fino a quando non facciamo i conti con tutto ciò che fa di noi “noi stessi”, con tutte le esperienze che ci hanno formato, nel bene e nel male, il nuovo non solo non esiste, ma ci fa paura.

Se non sono padrona della mia vita, il diavolo che conosco è la unica cosa che conosco, e per questo lo scelgo: una volta dopo l’altra.

I giovani e il “sai ciò che lasci”

Quando avevo 16 anni, fui selezionata per passare un anno negli Stati Uniti, nel quadro di uno scambio studentesco. Sarei andata a vivere con una famiglia della Pennsylvania, che mi avrebbe accolta come una figlia, pur senza conoscermi. La data della mia partenza: l’8 di Agosto del 2000.

Era l’inizio di un nuovo millennio. La paura per il Millennium bug era passata, ed il terrorismo, così come lo avremmo conosciuto di lì a breve, per il momento non era così presente nelle nostre teste. Nell’arco di pochi anni saremmo entrati nell’Euro una volta per tutte: in Europa si dissolvevano le frontiere. Era un momento di apertura, di novità.

Io, con i miei 16 anni e tutta la vita davanti, aveva una voglia di vivere che era troppo grande per la stretta Valle d’Aosta, in cui vivevo: una nicchia tra montagne alte più di 4,000 metri, con solo tre uscite: una verso Torino, ubicata appena dopo Pont Saint Martin e il suo altissimo ponte, accessibile dall’autostrada, o dalla statale 26. Un’altra verso la Svizzera, attraverso il Passo del Gran San Bernardo. La terza, chiusa, verso la Francia: attraverso il Traforo del Monte Bianco, che solo l’anno prima, nel 1999, aveva preso fuoco, togliendo la vita a 39 persone.

Dalla Valle io guardavo le montagne, quelle verso Torino, ed era come se i miei occhi potessero traforarle. Vedevo ciò che stava oltre, più in là: quel mondo, che se solo fossi andata dall’altro lato, si sarebbe aperto a me.

Photo by Claudia Soraya on Unsplash

Sai ciò che lasci, non sai ciò che trovi”, mi disse, con uno sguardo di ammonimento, un mio amico. Si trattava di uno di quei ragazzi che sembravano esser nati “perfetti”: aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri, e guidava una moto gialla. Però era uno di quei ragazzi prudenti, che piaceva ai giovani, e anche, o forse di più, agli adulti. A me, invece, sembrava che nessuno sapesse come prendermi, come se fossi una di quelle bimbe che non sanno bene dove stanno il nord e il sud, indipendentemente dal fatto —quello sì— che a scuola fossi brava e avessi una pagella che avrebbe dovuto essere il sogno di qualsiasi professore.

Quando il mio amico mi disse quella frase, rimasi sorpresa. Ci trovavamo in un bar, il classico bar di villaggio con i mobili di legno e l’odor di fumo anche alle cinque del pomeriggio, perchè allora, al bar, si poteva fumare a qualsiasi ora. A me quel ragazzo era sempre sembrato più figo di me, un avventurero, uno che andava in moto, e quindi poteva andava là dove io non sarei andata. Forse il fatto che avesse una moto —una moto, non uno scooter, quello ce l’avevo anch’io— mi faceva pensare che potesse viaggiare più di me. E invece no, lui non voleva viaggiare: aveva paura del nuovo.

Anche a me il nuovo faceva paura, pero’ in fondo in fondo non me ne fregava nulla. Ancora non sapevo riconoscere le sfumature di grigio, ma immaginavo che in altri dove ci sarebbero state altre possibilità, altre persone, altri modi di pensare. Immaginavo che in una vita parallela forse non sarei uscita a ballare, il sabato, in discoteca, ma avrei fatto altre cose. E ciò che mi intrigava era che non me lo potevo nemmeno immaginare, cosa avrei fatto, in quelle potenziali altre vite. Ed era precisamente quello che mi riempiva d’emozione: il fatto di non sapermi immaginare ciò che sarebbe successo, il fatto di non sapere. Non poterlo nemmeno immaginare.

“Sai ciò che lasci” è un’altra espressione nata per parlare della stessa cosa: del diavolo che conosci. Il fatto è che lui si sbagliava. In non avevo idea di cosa stessi lasciando. E inoltre, nè io nè lui sapevamo, allora, che non si può lasciare nulla.

Il freezer e la botte


Prima di prendere quell’aereo che da Roma mi avrebbe portato a New York (E poi a Waynesboro, PA, dove avrei passato il mio anno di scambio), mi invitarono a fare un esercizio. Dovevo pensare alle cose che avrei messo nel congelatore e a quelle che avrei messo nella botte. La mia famiglia? Le mie amicizie? Mia sorella?

Cosa avrei voluto che cambiasse, come il vino nella botte, durante quell’anno all’estero? Che cosa, invece, avrei preferito congelare, così che, al mio ritorno, sarebbe stato lì ad aspettarmi, uguale a prima?

Era un esercizio di riflessione. Dovevamo renderci conto, io e gli altri ragazzi che stavano per partire, che poche cose sarebbero rimaste “congelate”, poichè, a cambiare, saremmo stati noi.

Nel mio caso, però, quell’esercizio si rivelò essere ben più di una metafora.

Mentre io partivo per gli Stati Uniti, la mia famiglia cambiò casa. Poi i miei si separarono. Al mio “ritorno”, mi ritrovai perciò in una casa che non conoscevo e con una famiglia che non esisteva più, nonostante tutti fecero, per me, un’ultimo sforzo per sembrare come tali: il giorno in cui, dopo un anno dall’altro lato dell’oceano, atterrai all’aeroporto di Milano. Mi vennero a prendere mia mamma, mio papà e mia sorella. Mancavo solo Macchia, il nostro dalmata. Ma i miei, in realtà, avevano smesso di parlarsi già da mesi. Macchia era, ormai, solo di mia mamma.

“Quì è dove teniamo il fon” mi disse mia sorella quando finalmente arrivammo a casa. “Ecco come funziona la doccia”. E poi, “ti faccio vedere l’appartamento del papi”. Frasi a cui non mi ero mai aspettata “di tornare”.

Quel giorno imparai perciò una cosa che non mi ero aspettata di imparare, e cioè che non stavo tornando. Perchè non torniamo mai. Tornare, era, in realtà, un andare avanti, che mi obbligava a ricominciare da zero. Ancora una volta.

Quando tutto ciò che viviamo è il diavolo che già conosciamo

Anche se duro, non fu il fatto di ricominciare a pesarmi tanto, a rivelarsi tanto difficile. Fu invece il processo di liberarmi di quella ferita che mi costò caro, il liberarmi di quella sensazione di assenza della mia famiglia —c’erano, ma non nel modo che io avrei voluto— a monte di un’esperienza che non solo mi aveva cambiato, mi aveva scosso nel profondo.
Trovarsi in un altro mondo implica necessariamente la scoperta di nuove verità, di nuove regole del gioco. Negli Stati Uniti scoprii che una coppia si può prendere per mano regolarmente, e non solo, come succedeva con i miei, dopo una litigata. Scoprii l’effetto dei tabù: osservai quanto si pretendesse in Pennsylvania di eliminare l’esistenza del sesso pretendendo che non esistesse, con la conseguenza di un tasso di maternità teen di fronte al quale rimanevo, ogni volta, senza parole. Però soprattutto scoprii che quell’impressione che io avevo, che oltre le montagne della Valle ci sarebbe stato qualcos’altro, non era un’illusione. In altri luoghi ci sono altri discorsi, altre possibilità. Ma quegli altri luoghi non sono solo fisici: sono, a dirla tutta, mentali. Quando uno vuole percepire altre possibilità, esse si creano.
Ci sarebbero voluti anni però, prima che capissi che se volevo davvero visitare quegli altri luoghi, quelli della mente, dovevo prima fare i conti con il diavolo che conoscevo. Perchè è impossibile visitare un luogo nuovo, se nella valigia mi porto sempre dietro quello vecchio.
La ferita della separazione dei miei mi lasciò una sensazione di abbandono e la convinzione, tremenda, che avesse a che fare con mè, che in qualche modo fosse colpa mia. Mi ritrovai con un interruttore addosso, una specie di bottone che solo gli altri potevano premere e attivare. Era configurato come una macchinetta A/B, di quelle che si utilizzano negli esperimenti scientifici: di fronte a qualsiasi rifiuto e di fronte anche alle più insignificanti delle critiche, la mia reazione era sempre la stessa: non sono loro, sono io.
E trattandosi di me, del mio io profondo, nella sua essenza, non potevo farci nulla.
Ed è questo l’aspetto scandaloso del diavolo che conosci: continua a torturarti, una volta dopo l’altra, come un ostaggio in quella banca, a Stoccolma. E tu pensi (E io pensavo): la colpa è mia.
La relazione con il diavolo che conosco è come una dose di qualcosa che mi causa dipendenza: una cosa che conferma, ripetutatamente, che se devo soffrire per qualcosa è perchè me lo merito. É una ferita che mi ricorda (Nel senso che mi riporta al cuore) l’abuso originale, perchè non mi dimentichi che ho bisogno di liberarmene, trasformandolo. Ma il diavolo che conosci funziona così: ogni volta che tento di eliminare o spegnere la ferita, come un fuoco, quello torna con più forza. Questo è il diavolo che conosco: una ferita non integrata.
Nel mio caso, ci misi circa 20 anni a rendermi conto dell’atto d’amore che fecero, i miei, quel giorno, quando si riunirono per me per un’ultima volta. Ci misi 20 anni a capire che dietro la sensazione di sentirmi, all’improvviso, spaesata e orfana, si nascondeva una lezione più grande: l’amore è qui, ed è ora.
A differenza di ciò che pensava il mio amico, non lasciamo nè troviamo nulla. Ma quello che abbiamo qui, ed ora, quello è ciò che abbiamo per sempre, purchè gli facciamo attenzione. In questo preciso istante.
É solo nell’attenzione a ciò che c’è, qui ed ora, che incontriamo il nuovo. E il nuovo non puzza a diavolo che già conosciamo.

Per vedere il nuovo, dobbiamo sentirci contemporaneamente liberi e arricchiti dal diavolo che abbiamo conosciuto, perchè solo in questo modo non può, lui, farsi padrone di noi.

Il nuovo lo troviamo nella botte. Una volta che siamo stati capaci di lasciare che il diavolo che conosciamo abbia macerato al suo interno. E si sia trasformato.

Integrare le ferite

A differenza di un criminale che ci prende come ostaggi, le ferite non integrate hanno la loro funzione. Ci ricordano, come possono, che c’è qualcosa, dentro di noi, che reclama la nostra attenzione.

In questo, le piante ci fanno da maestre: non evitano la terra acida o povera di nutrienti, ma la trasformano, e, mentre lo fanno, si voltano verso il sole. Lo fanno in modo naturale, perchè sentono la forza dell’attrazione celeste, con la stessa forza con cui sentono la gravità. Sentono, in altre parole, tanto Eros come Thanatos, l’istinto di vita e quello di morte. I due coesistono e inesorabilmente fanno il proprio lavoro. E la pianta, l’albero, il fiore, non scelgono tra l’uno e l’altro: si trasformano, grazie a, ed utilizzando, entrambi.

Per integrare le nostre ferite, dovremmo fare altrettanto. Prestargli attenzione, però senza cercare di dimenticarle, nè con smania di ossessione. Non si tratta di vivere nel passato rendendosi ostaggio e vittima della stessa cosa in loop, ma nemmeno di far finta che le nostre esperienze non ci importino. Occorre, invece, riconoscere i sentimenti, i fatti, le decisioni che abbiamo preso e le lezioni che abbiamo imparato in ognuna delle nostre storie, con l’obiettivo di assegnare ad ogni esperienza il giusto posto: all’interno del nostro cuore

Il diavolo che conosci ha le ali

Un dettaglio meno conosciuto della rapina di Norrmalm avvenuta a Stoccolma è il modo in cui i ladri realizzarono il furto, sotto il naso di tutti i poliziotti armati che li circondavano. Olsson e Olafsson, durante l’assalto, si sbrigarono a mettere il denaro in buste di corrispondenza, molto simili a tutte le altre che la banca utilizzava. E le aggiungensero alla corrispondenza già predisposta per la spedizione. Qualche giorno dopo la rapina, quando il furgoncino abilitato venne a ritirare la posta, le buste piene di denaro dei due criminali furono regolarmente inviate a destinazione, senza che nessuno sospettasse di nulla. I due le recuperarano molti anni dopo, una volta scontata la loro pena, e quando il reato di furto era ormai caduto in prescrizione.

Il diavolo che conosci, quando non integrato, ha quella capacità che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo desiderato di possedere: sa viaggiare nel tempo.

“Marty, fai quello che vuoi, ma non tornare mai al 2020”, avverte uno dei memes più famosi della pandemia. Si ispira a Ritorno al Futuro, il celebre film girato da Zemeckis nel 1985.

Fa sorridere perchè dice ciò che abbiamo pensato tutti, o se non tutti, per lo meno in molti.

Ma il 2020 dovrebbe essere in realtà, per un saggio Marty del futuro, un dove a cui tornare innumerevoli volte. Il 2020 è stato un anno ricco in Thanatos, e non solo perchè la morte si è imposta con forza. Soprattutto perchè è un anno che in un modo o nell’altro ha obbligato tutti a lasciare indietro qualcosa, a sperimentare una perdita: di punti di riferimento, di libertà, di relazioni vicine e lontane. Abbiamo perso le nostre città e il nostro tran-tran. Alcuni hanno perso i genitori, altri i nonni. E non è raro che, quando perdiamo qualcosa, il diavolo che conosciamo si imponga con tutta la sua forza, perchè la perdita ci ri-cor-da, ci riporta al cuore, quel diavolo che di solito non vogliamo vedere. Ma lo dobbiamo vedere eccome.

Nel calendario cinese, il 2020 è l’anno del topo, animale che per eccellenza passa il suo tempo nella terra, nascondendosi, nuotando tra il marciume. Il topo nella spazzatura, tra quel diavolo che conosciamo che è in putrefazione, ci sta alla grande. Ma il topo sa anche arrampicarsi fino alle sommità più impervie. È perchè il topo è il nostro anello di connessione con ciò che è più profondo e viscerale, oltre che alto e spirituale.

Il 2020 non può che essere un anno di putrefazione del marciume, poichè, come in un largo inverno, anche noi dobbiamo lasciare che la terra, nella quale vogliamo piantare i nostri semi, si rinnovi. Non si può rinnovare se non lasciamo, prima, che si putrefaccia.

Non si tratta però di rimanere nel 2020, e nemmeno in qualsiasi anno precendente. Viaggiare al passato non è sinonimo di attaccarvici con i denti. A volte sogniamo di tornare al passato per alterare il presente. Ma Ritorno al futuro docet, il passato ha un suo perchè, e va accettato così com’è stato. Perchè è solo quando lo accettiamo per ciò che è, che siamo liberi di accettare anche il nostro presente.

Ed è così che ci liberaremo del diavolo che conosciamo, di quella ferita che ancora ci attanaglia, che si vuole trasformare ma alla quale siamo ancora, in qualche maniera attaccati.

Perciò fa tristezza pensare che sia una giovane ad invitare la gente a votare per il diavolo conosciuto, per quel male così familiare.

Ai giovani, che siano difensori dell’imperatore (Nel senso di potere stabilito) o no, dovremmo insegnare a sognare —non tanto con i monasteri (Il privato), le chiese (Il pubblico) o l’Imperatore (Il denaro, il potere, il controllo)— ma con un dialogo tra di essi. Perchè è solo a partire da un dialogo, uno nel quale prestiamo attenzione al diavolo che conosciamo e alle lezioni che ci vuole insegnare, che possiamo aprirci al nuovo. Il nuovo —che, si sottintende, è lì per essere scoperto— esige coraggio e determinazione, perchè sta oltre: oltre le dinamiche di potere, oltre la paura, oltre ciò che vogliamo difendere.

Il nuovo sta oltre: oltre il diavolo che già conosciamo.


Hai bisogno di un sostegno per trasformare un “Diavolo conosciuto” che ti porti dentro? Ti senti bloccata, e senti che potenzialmente c’è un qualcosa nel tuo passato con cui non hai fatto i conti e che ti sta frenando? Contattami per una sessione gratuita di 45 minuti, al link: https://calendly.com/stefania-thecrownedmountain/free-coaching-call?month=2021-05

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